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Secondo il rapporto “The skilling challenge” curato da Ashoka e McKinsey & Company, nei prossimi 10 o 20 anni, il 65% delle attività attualmente svolte dalle persone sarà automatizzato, molte professioni diventeranno obsolete ma molte ne nasceranno, almeno il 21% in più.

Sarà fondamentale adeguare le competenze alle nuove tecnologie, formare i dipendenti per avere ‘nuovi’ lavoratori qualificati. Ecco che si parla di “upskilling” ossia tutte quelle attività formative tese a far crescere le competenze dei singoli dipendenti nel loro medesimo ruolo e di “reskilling”, la formazione per consentire di apprendere nuove competenze necessarie per occuparsi di nuove attività.

Anche i professionisti italiani vogliono adeguarsi, migliorando le proprie competenze o apprendendone di nuove per trovare possibilità di impiego.

La ricerca “Decoding Global Trends in Upskilling and Reskilling” condotta da Boston Consulting Group e l’agenzia di recruitment online The Network  evidenzia come L’Italia, con il 62% di lavoratori che si dedicano all’upskilling, si colloca nella parte medio-alta della classifica. E addirittura il 70% si dice aperto ad un reskilling per riqualificare le proprie competenze in vista di nuove opportunità di impiego.

I canali preferiti per la formazione sono i programmi di autoapprendimento (usati dal 63% dei lavoratori) e il learning on the job (61%), mentre sono meno gettonati conferenze/seminari (36%), le istituzioni formative tradizionali (34%) o online (30%), le applicazioni mobile (24%) e i programmi governativi (7%).

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